Autostima e conoscenza

Autostima è una parola uti­liz­zata a volte in senso vago e impre­ciso, come una spe­cie di con­te­ni­tore in cui i fanno rien­trare in maniera gene­rica tutti i pen­sieri nega­tivi sulla pro­pria persona.

In realtà il signi­fi­cato di auto­stima è stato defi­nito e può essere misu­rato, anche se con qual­che difficoltà.

Autostima indica la valu­ta­zione che diamo alle carat­te­ri­sti­che che ci attri­buiamo, e che si con­cre­tizza con un segno posi­tivo, quando l’autostima è bassa, e posi­tivo, quando l’autostima è alta.

Di solito ten­diamo ad asso­ciare alla nostra imma­gine tratti posi­tivi, ma non sem­pre que­sto è pos­si­bile o rie­sce. La valu­ta­zione dell’autostima è basata su una auto­va­lu­ta­zione, per­ché non esi­ste oggi e non esi­sterà con ogni pro­ba­bi­lità mai, uno stru­mento che sia in grado di indi­vi­duare i pen­sieri e i sen­ti­menti che costi­tui­scono l’autostima, pesarli e for­nire il valore arit­me­tico dell’autostima.

Per cono­scere qual­cosa della nostra auto­stima, ci pos­sono venire i soc­corso altri sistemi, come ad esem­pio, nell’esperimento i Higgins (1989).

Higgins pre­senta l’autostima come con­fronto tra i vari com­po­nenti del Sé, in par­ti­co­lare indi­vi­dua tre parametri:

  1. Il sé effettivo
  2. Il sé ideale
  3. Il sé imperativo

Il primo rap­pre­senta come ci per­ce­piamo effet­ti­va­mente, ed è quello che di solito diciamo di noi agli altri.

Il secondo è come imma­gi­niamo di poter essere se rea­liz­zas­simo tutti quanti gli ideali riguardo la nostra persona

Il terzo è come imma­gi­niamo di dover essere per rispon­dere alle aspet­ta­tive di altre per­sone, a noi vicine dal punto di vista affettivo

Tra que­sti diversi aspetti di noi, secondo Higgins, si creano delle discre­panze. Ad esem­pio tra quello che cre­diamo di essere e quello che vor­remmo essere, tra il sé effet­tivo e il sé ideale. In que­sto caso si spe­ri­men­tano sen­sa­zioni di tri­stezza e insoddisfazione.

Insomma, se stiamo al 120° anno fuori corso di uni­ver­sità e sogniamo di vin­cere il pre­mio nobel, c’è pro­prio una discrepanza.

Possiamo avere delle discre­panze anche tra il sé effet­tivo e quello impe­ra­tivo. In que­sto caso pos­siamo spe­ri­men­tare sen­sa­zioni di ansia, inquie­tu­dine e agi­ta­zione. Capita quando non riu­sciamo a sod­di­sfare le aspet­ta­tive di qual­che per­sona impor­tante dal punto di vista affettivo.

Insomma se i nostri geni­tori vogliono che stu­diamo per forza vete­ri­na­ria come tutti gli avi da dodici gene­ra­zioni e noi vogliamo andar­cene in giro per il mondo in barca a vela, pos­siamo diven­tare inquieti nel ten­ta­tivo di risol­vere il dis­si­dio che si crea.

Nella ricerca di Higgins era richie­sto a degli stu­denti di creare una lista con gli attri­buti che, secondo loro, costi­tui­vano il sé effet­tivo, il sé ideale e il sé imperativo.

Dopo un mese gli stessi stu­denti veni­vano valu­tati con due scale una per la depres­sione, l’altra per l’ansia.

Le cor­re­la­zioni posi­tive erano:

incoe­renza tra sé affet­tivo e sé impe­ra­tivo Ansia
incoe­renza tra sé effet­tivo e sé ideale Depressione

Se la discre­panza non si ritiene di risol­verla nel futuro, allora si ha un aumento del senso d’impotenza.

Come si vede da que­sta ricerca, si pos­sono fare delle con­si­de­ra­zioni sull’autostima e delle pre­vi­sioni su quali rea­zioni può deter­mi­nare nella sfera emo­tiva e quindi nella vita dell’individuo. Inoltre ci può dare delle indi­ca­zioni per indi­vi­duare con più pre­ci­sioni le moti­va­zioni di quella che noi sen­tiamo come una ferita o una debo­lezza nell’autostima.

Nota

Quando par­liamo di auto­stima, come abbiamo visto, non par­liamo sol­tanto della valu­ta­zione che l’individuo for­ni­sce di se stesso, ma anche della rea­zione emo­tiva che que­sta deter­mina. Questo può essere utile per defi­nire meglio il campo di azione dell’ipnosi. Si pos­sono mirare le sug­ge­stioni ipno­ti­che sull’effetto che que­sta crea e sulle emo­zioni che suscita.

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