Quasi tutti i corsi di ipnosi esistenti prevedono almeno qualche lezione sulla storia dell’ipnosi. Inevitabilmente i nomi che girano sono sempre gli stessi come se l’ipnosi,che esiste da quando l’uomo è apparso sulla terra, fosse esclusivo appannaggio di una ristretta cerchia iniziatica.
Con buona pace di molte persone non è cosi. Al di là delle imposizioni culturali d’oltreoceano, in Europa l’ipnosi ha vissuto, in taluni paesi ed in determinate fasi storiche, periodi di altissimo splendore.
L’Europa centrale e quella dell’Est sono notoriamente zone dove la neurologia ha toccato vette altissime, vedi I.P. Pavlov, Lurija ecc. ecc. Molto spesso, se non sempre, questi eccelsi ricercatori del sistema nervoso praticavano a fini sia sperimentali che terapeutici l’ipnosi.
Tra i vari nomi uno su tutti ha da sempre attirato la mia curiosità. Parlo del dott. F.A. Volgyesi, geniale medico ungherese che, nella sua lunga carriera, ipnotizzò un numero sconsideratamente elevato di persone.. e di animali!
Il mio via via crescente interesse per le teorie di un cosi grande sperimentatore ha dapprima trovato soddisfazione nella lettura della sua unica opera esistente “L’ipnosi umana ed animale” dove vengono esposte le idee del medico magiaro sui fenomeni ipnotici e l’ipnosi animale.
Ho provato poi a cercare su internet pubblicazioni, articoli o quant’altro che potesse aiutarmi a delineare un quadro più ampio sulle ricerche di Volgyesi, ma purtroppo niente di niente…come se non fosse mai esistito.
Sicuramente difficile da credere visto e considerato che quel medico ipnotizzò migliaia di persone e che, titolare universitario di cattedra, necessariamente a qualcuno ha dovuto insegnare.
Dopo avere ricercato a lungo con nessun risultato accantonai le ipotesi di approfondire le ricerche finchè una sera, in una pizzeria romana, un carissimo amico mi raccontò di una sua esperienza in un campo di addestramento al tiro con l’arco mongolo proprio a Budapest.
Orbene,nei suoi racconti su quella splendida esperienza disse di avere assistito, durante una cena conviviale con altri ungheresi, ad un’ipnosi effettuata su di un gufo e su di un cane. Sono saltato sulla sedia e, in un’inevitabile associazione di idee ho realizzato che forse ero sulla strada giusta per finalmente saperne di più sull’attività di Volgyesi.
Ottenuto dal mio amico il nominativo dell’organizzatore di tale corso lo contatto via mail e chiedo gentilmente indicazioni e chiarimenti sulla storia raccontatami dall’amico. Molto cortesemente ottengo risposta e vengo quindi a sapere che l’ipnotista è in realtà un professore universitario di neurologia che, su richiesta di alcuni studenti, aveva accettato l’invito a dimostrare l’efficacia di tali tecniche.
Scrivo allora una mail al professore presentandomi e domandando se lui conoscesse Volgyesi e se fossero previsti corsi introduttivi all’ipnosi per stranieri presso l’università o presso qualsivoglia organizzazione ungherese.
Il professore, molto squisitamente, risponde dicendo lui era stato allievo di Volgyesi presso la scuola di specializzazione in Malattie del Sistema Nervoso a Budapest e che era stato addestrato dall’ormai defunto medico ungherese all’arte dell’ipnosi.
Purtroppo però mi dice che non erano assolutamente previsti corsi sulla materia né per stranieri né per magiari, l’unica forma che loro usavano per esercitarsi erano degli incontri tra di loro dove ognuno esponeva un caso e gli altri lo commentavano. Talvolta addirittura si dedicavano a perfezionare le tecniche apprese da Volgyesi su pazienti portati dal vivo.
Comincio allora ad intravedere serie difficoltà in relazione ad un eventuale insegnamento da parte loro ma non mi do per vinto e, attraverso il mio amico ed alle sue conoscenze, riesco ad ottenere un invito ad uno dei loro seminari.
Mi ritrovo cosi a Budapest finalmente a contatto con la scuola di Volgyesi e, nonostante la fredda accoglienza, vengo da subito coinvolto in quella che senza ombra di dubbio non esito a definire una incredibile esperienza.
Bene, il seminario, se cosi posso coraggiosamente definirlo, si svolgeva nell’abitazione di uno di questi medici in una zona semi centrale della capitale ungherese in una casa antica con un giardino che sicuramente aveva visto tempi migliori.
Dopo i convenevoli di turno decidono che, in rispetto dell’ospite italiano, o ancora meglio, in rispetto di colui che aveva garantito per me, avrebbero convenzionalmente parlato in inglese per facilitarmi nella comprensione.
Tutto ciò che loro facevano lo chiamavano “esperimento” e questo già lascia intuire la scientificità del loro approccio ipnotico.
Forse per vedere la mia reazione, o forse perché loro usano cosi, hanno immediatamente iniziato provocando catalessi in alcune tortore che un giovane medico aveva appositamente acquistato al mercato rionale.
Non è argomento di questo mio articolo spiegare o illustrare la tecnica ma vi garantisco che è estremamente efficace sui volatili in genere.
La prima giornata va via cosi, con numerosi esperimenti su alcuni animali, tortore, galline e gatti.
Il giorno dopo entriamo nel vivo dell’ipnosi e già da subito, noto su di un tavolo uno strano strumento metallico con fili elettrici alle estremità…strumento che, ad onor del vero, avevo visto in fotografia sul libro sopra citato.
Era lo strumento della cosiddetta “mano faradica“[uno degli strani strumenti ipnotici ideati durante la storia dell’ipnosi] , reale cuore dell’ipnosi di Volgyesi.
Si, perché nella sua teoria si parla di zone ipnogene e di stimolazioni particolari su tali zone.
Lo strumento consiste in un’apparecchio faradizzante e funzionante con la corrente elettrica.
Il paziente tiene in mano un elettrodo cilindrico e il medico, con una sorta di elettrodo a forma di martelletto, individua sul corpo del paziente alcune zone che, opportunamente stimolate, inducono in tempi rapidissimi la trance. Il circuito viene normalmente chiuso toccando il collo, la fronte o le palpebre del paziente. Mentre appunto tale elettrodo sfiora le parti del paziente, provocando una piacevole sensazione, l’operatore può suggerire frasi tendenti a provocare rilassamento.
In base alle diverse categorie umane teorizzate da Volgyesi, con tale strumento è possibile, regolandone l’intensità, effettuare vere e proprie induzioni, scegliendo se lavorare specificamente fornendo stimolazioni al sistema nervoso in maniera diretta (ad esempio stimolando delicatamente un nervo periferico) o semplicemente sfiorando gli annessi cutanei. E’ importante notare che,con questa tecnica, spesso le resistenze iniziali di alcuni pazienti vengono abbattute dal fatto appunto di stimolarne il sistema nervoso.
Dopo le stimolazioni si passa alla fase di approfondimento della trance, fase che viene parametrata in riferimento alle categorie di Volgyesi.
Ho fortunatamente assistito a numerosi esperimenti su pazienti reali dell’ambulatorio di terapia della dipendenza da alcool e disturbi del comportamento dell’ospedale di Budapest e ho potuto constatare la reale efficacia di tale tecniche induttive. Quello che però mi ha colpito più di tutto è la straordinaria serietà con cui quei medici portano avanti i loro studi e le loro ricerche nel nome di Volgyesi.
E’ veramente ammirevole il loro lavoro condotto con scrupolo, curiosità ed amore per la scienza.
Prima di andare via, con mio grande stupore, ho ricevuto in regalo uno strumento faradico e l’invito ad esercitarmi … e anche la promessa di non dimenticarmi mai di Volgyesi e della sua opera.
Commento
A margine di questo articolo molto interessante, che ci informa sulla presenza in Europo di realtà interessanti e praticamente sconosciute della ricerca ipnotica, mi preme sottolineare come ancora oggi convivono tecniche e modalità differenti di fare ipnosi. Questo non deve assolutamente sorprenderci, perché è sempre stato così durante tutto l’arco di sviluppo del fenomeno ipnosi. Alcune teorie e pratiche, che hanno sempre convissuto con l’ipnosi “ufficiale”, sono sopravvissute e continuano ancora ad essere praticate, anche se da un ristretto numero di ricercatori, con pochi finanziamenti, ma moltissima passione.
Non sottovaluto l’importanza dei finanziamenti né quella dei laboratori d’ipnosi, ma lo spirito che anima questi ricercatori deve essere sottolineato e deve dare a chiunque si interessi d’ipnosi, la pratichi o ne abbia fatto oggetto di ricerca, seri spunti di riflessione per nuove e proficue scoperte.


